GLEAM: “Zeroland Part I”. L’indie-progressive sotteso tra poesia e sperimentazione.

I “Gleam”  mi raccontano che il loro nome, tradotto con il termine “bagliore” in italiano, viene da loro scelto, nel 2003, come augurio per la loro carriera musicale, a ricordargli che in ogni prova, esecuzione, o composizione, fosse necessario ricercare delle sonorità che li appassionassero. Mi spiegano che la denominazione scelta: “è da intendersi più come un limite (in senso matematico) che tende ad infinito, piuttosto che un reale traguardo raggiungibile. E’ la ricerca del “bagliore musicale” quando possibile, quando visibile. In quest’ottica il nostro nome è, in sintesi, un promemoria continuo, che ci ricorda di tentare sempre qualcosa in più.”  Musicalmente viscerali, raffinati giocolieri ed equilibristi del suono e delle contaminazioni, con la volontà di spingersi sempre più in là, in una continua tensione e ricerca, una vera inquietudine sonora, i Gleam  rappresentano un unicum, musicalmente parlando. Nulla è mai uguale a se stesso, pur avendo un’impronta personale e stilistica che ripercorre il loro lavoro “Zeroland Part I”.  I Gleam mi spiegano che il loro ruolo di musicisti è quello di creare “un racconto d’azione che tenti di appassionare. La ricerca della complicazione compositiva e sonora non è fine a se stessa, ma serve, semmai, ad affermare che si può creare qualcosa che non sia necessariamente banale e già sentito”. Mi spiegano che, nel processo compositivo, Musica e testo nascono nello stesso istante, come “gemelli”: “(…) l’avvenimento dev’essere improvviso e naturale. La versione del pezzo che nasce in questa prima fase, non è mai definitiva e “limata”, ma è il cuore grezzo del pezzo e può generarsi in qualsiasi momento della giornata. È un momento bellissimo, forse la parte più vibrante del fare Musica, la fase di creazione iniziale, entusiasmante e sempre sorprendente”.

La scelta di dividere l’album “Zeroland” in due parti (la prima parte è del 2013) mentre la seconda è attualmente in lavorazione, è dovuta al fatto che la suddivisione di una storia in due tempi, rispecchia un metodo compositivo e di realizzazione che li aveva sempre interessati. Un po’ come quando al cinema c’era l’intervallo, quasi necessario per metabolizzare e lasciar sedimentare meglio ciò che era appena accaduto nella pellicola, prima dell’epilogo. L’Ep “Zeroland Part I”  “è un album dalle sonorità eterogenee, stilisticamente diversificato, per cui senza la suddivisione in due parti avrebbe persino potuto apparire dispersivo all’ascoltatore. L’obiettivo è che le cinque tracce di cui si compone l’Ep, vengano interiorizzate, ascoltate con cura.  (…) Il tema è il ricordo, il valore della memoria e come essa ha un impatto sul nostro presente. Si tratta esclusivamente di ricordi personali, che hanno a che fare con amori, amicizie, famiglia e psicologia.”
GLEAM - GEENDIE“Zeroland part I” si apre con “The dance of the blades of grass”. La tensione verso sonorità inesplorate e nell’ottica di una profonda ricerca musicale, capace di soddisfare i palati musicali più fini, si nota immediatamente. Nel brano il ritmo é sostenuto, il ritornello è come una liberazione interiore, un’esplosione, un fluire improvviso di suoni e ispirazione. Al minuto 3 e 17 secondi del brano, un interessantissimo cambio stilistico e ritmico, con una ripetizione quasi ipnotico-ossessiva del termine “dance, trance, glance e romance” , quasi fosse uno scioglilingua, un gioco di suoni che sembra concretizzare l’immagine surreale di una danza di un tappeto erboso, che ondeggia al vento come lame. La ripetizione della parola “Dance” (“…dance, dance, dance, i hear you /dance, dance, dance, i see you /glance, glance, glance, is that your /trance, trance, trance, or real romance, romance /a raw romance with a stout chance to get undressed /and dance undressed and dance undressed (…)”) pare quasi un tributo al pezzo “Transmission” dei leggendari Joy Division. Che non riesci a smettere di lasciar fluire i pensieri, a liberarli con quel “Dance, dance, dance to the radio“. Il gioco di parole pare anche un raffinato tributo a “Down by the Water” di Pj Harvey, dove nella coda del pezzo, Polly Jean ripete ipnotica una filastrocca che sembra sussurrata dalle viscere della terra. Un pezzo grandioso quello dei Gleam, dove la ricerca stilistica e la raffinatezza musicale abbracciano la passione del migliore cantautorato indie – progressive.
“Iuvenilia” si apre con il suono del pianoforte, poi un tappeto di batteria , una malinconia e un’amarezza musicale che parla di un percorso di vita, di crescita, fatto di abbandono, ma anche di accettazione “he didn’t mean to push you down / and he wasn’t meant to hear that sound /from behind walls all fights seem a bit odd / low frequencies delicatly kill /and armors take time to form / it’s nothing /just a fight / it happens all the time /at least when lovers lie /nothing /just a couple of cries /when parents say goodbye / doesn’t mean they’ll forget about the child “. Una ballad intrisa di ricordo, melanconia, recriminazioni ed autocritica, con un assolo di chitarra in stile pinkfloydiano al minuto 3 e 08 meravigliosamente accogliente, a simboleggiare l’accettazione. La metabolizzazione del dolore.
“Borealis temptation” è un pezzo dalle sonorità quasi funky, un brano dedicato alla danza, una danza ipnotica e trascinante che ha le sfumature dell’aurora boreale.
“Space express” narra di un treno immaginario che si spinge ai confini dell’Universo, in uno spazio privo di ossessioni, fatto di pulsioni primordiali, dove si può danzare sul firmamento: (” you’ll wake and experience space  /you will know no obsession /discover raw passions /i picture you dancing on comets /where tensions easily stride away/ and leave no room for pain/ your way, you’ll fly away .”).
“Never Really gone” é il pezzo di chiusura, forse il più intimo. Sa di ricordo, di ciò che portiamo con noi, dedicato a coloro che non ci sono più, ma che rivivono attraverso le nostre piccole realtà (“memories are mine/ as well as they are yours forever, mine forever/ can’t think of someone else /to relive moments or our private past”).
Cinque tracce per un Ep che è un autentico viaggio interiore, un percorso attraverso noi stessi, accompagnati dalla Musica, quella fatta di pulsioni e istinti primordiali, che ti gratifica. E non vedi l’ora di indossare le cuffie e premere play ancora una volta. Da non perdere. Per chi si accontenta solo del meglio #wespitonmainstream #geendie.com
Written By Giulia Guarneri
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Video: Never Really Gone